Il Party
I PC dell’avventura
- Revan Jeggare: femmina umana Chelaxian bardo 5
- Aran Delwyth: maschio umano Chelaxian summoner 5
- Galstack: maschio umano Shoanti barbaro 5 (tribù Shadde-Quah)
- Olokun: maschio umano Garundi/Varisian paladino 4
- Tesla: maschio umano Varisian ladro 1/necromante 3
- Gottar Fronius: maschio nano Chierico di Torag 3 morto
NPC al seguito del gruppo in questa sessione a.k.a. “cannon fodder”
La Seduta
Dopo aver danzato in maniera scoordinata e frenetica al suono di quella orribile danza ritmica e incalzante per alcuni istanti, Galstack si è schiantato al suolo come un quarto di bue, spossato. Un quarto di bue di oltre cento chili, con un pettorale d’acciaio e non so quante armi addosso, per intenderci: per un attimo ho pensato che le assi di legno del pavimento avrebbero ceduto quando ho sentito lo schianto. Il barbaro ha provato ad alzarsi un paio di volte, poi ha deciso di rimanere a terra per riprendere fiato. Appariva stremato in maniera innaturale, le ginocchia che cedevano sotto di lui, piu di quanto avrebbe dovuto essere. Quando era stato preso dalla danza, si muoveva in maniera macabra, come un burattino. Fosse successo a qualcun’altro gli si sarebbero spezzate le articolazioni.
Il pianoforte ha smesso di suonare all’improvviso, nel momento in cui lo shoanti sembra essersi liberato da quella strana ipnosi in cui era caduto. Revan dice che la musica che aveva accompagnato la danza di Galstack era una comune giga cantata dai Varisian attorno ai focolari. Galstack dice che anche la donna che aveva visto danzare con lui era sicuramente di etnia Varisian. Bella, giovane, dai capelli nerissimi. Qualsiasi cosa avesse visto il barbaro fu confermata da Olokun: il paladino dice che quando ha pronunciato un incantesimo che lo ha permesso di percepire la presenza di non-morti, la figura della donna, traslucida ed evanescente, gli è apparsa per un istante, abbigliata in ricchi abiti di taglio inequivocabilmente tipico del popolo della strada.
Galstack insiste per riposare e prender fiato, e il gruppo lo accontenta. Olokun si inginocchia, afferrando l’elsa della spada tra le mani, e si dedica alle sue preghiere. Tesla si mette in un angolo, vicino alla finestra coperta dalle tende. Sembra entrare in catalessi in un istante, con lo sguardo vacuo, gli occhi lucidi, la bocca leggermente aperta. C’è qualcosa di decisamente strano in lui. Revan si siede sul bordo della piattaforma di ballo, spazzando i frammenti di cristallo del candeliere con un incantesimo minore. Ne approfitta per prendere carta e penna e fissare i punti principali della mappa che aveva abbozzato fino ad ora. Il padrone sembra inquieto. Setaccia la stanza palmo per palmo, ed io lo aiuto. Per tutto il tempo nella sala si sentono solo i nostri passi scricchiolare sul legno, il respiro di Galstack, i fogli di carta della chelaxian, il sussurro delle preghiere del paladino. Nessuno lo ammette, ma questo posto ci sta dando sui nervi. Un nemico che non puoi vedere, che non conosci, è un nemico estremamente pericoloso.
La stanza successiva è occupata da una semplice vasca di metallo rivettata a terra. Dentro la vasca c’è un ratto grosso come un cane, dalla pelle rosa ricoperta di pustole sanguinanti e grossi tumori che pulsano ritmicamente sotto la pelle. Il corpo della creatura è orribilmente sfigurato, il cranio cosi colmo di escrescenze che gli occhi sono completamente ciechi. Galstack lo trancia in due con un colpo di spada che attraversa anche il metallo della vasca.
Torniamo indietro e decidiamo di aprire le due porte ai lati del corridoio centrale. Ci sono due scalinate, una in pietra porta verso il piano inferiore, l’altra sale a quello superiore. Decidiamo di lasciarle per dopo.
Apriamo poi una porta che da’ su una stanza con una grande poltrona. Vicino alla finestra, un treppiede con una tela appena abbozzata, e diverse tele bianche appoggiate al muro. Il gruppo decide di non entrare.
Stessa cosa per una stanza con un enorme divano, un’ambiente saturo di polvere che sembra muoversi in piccoli mulinelli. Revan nota che il movimento è regolare, le pare persino di vedere i contorni di una calzatura nella polvere di quando in quando. Anche quei decidiamo di non entrare.
L’ultima stanza di questo piano è una grande libreria. Ogni palmo di ogni parete è stato scaffalata da falegnami esperti per sostenere centinaia di volumi, ormai terribilmente gonfi di umidità, probabilmente molti di questi ormai illeggibili. Ci sono macchie enormi di muffe e muschi neri ovunque, in alcuni punti cosi fitte da rendere impossibile capire cosa sia rimasto sotto la coltre spugnosa. Rimanendo sullo stipite della porta, Revan muove il cono di luce della lanterna negli angoli piu bui della grande sala. Ci sono due sedie, una di queste rovesciata a terra, davanti ad un campino, e una lunga macchia di sangue sul parquet. Una splendida sciarpa di lana varisian rosso fuoco ricamata d’oro è appesa ad una delle sedie. Il colore acceso della sciarpa contrasta fortemente con il resto dell’ambiente, grigio ed umido. Sembra quasi nuova. Davanti al camino, sulla macchia di sangue, vediamo una piccola statuetta di un angelo dalle ali di farfalla. Revan utilizza un incantesimo per portare a se la statuetta che si rivela danneggiata. Una delle ali è spezzata, e ci sono frammenti di ossa, capelli e sangue nei dettagli del pesante fermacarte. Quando cerchiamo di fare lo stesso con la sciarpa però, questa comincia a muoversi e sferzare l’aria di vita propria, guizzando verso Galstack ad un avelocità che non ci lawscia tempo di reazione. Prima che chiunque possa agire, la sciarpa si è avvolta al collo taurino dello shoanti e percepiamo tutti uno spaventoso rumore secco: la trachea spezzata. Lo shoanti cade a terra cianotico, esanime. Revan sussurra una parola a Desna e passa le dita sulla gola del barbaro che ricomincia subito a respirare. Grazie ad Olokun ed alle sue preghiere a Iomedae, Galstack si riprende rapidamente dal collasso. Decisi che ormai ne avevamo avuto abbastanza, decidiamo di andar giu, e chiudere una volta per tutte questa faccenda. Galstack ci racconta che per un istante ha visto le sue mani diventare quelle della giovane varisian che ballava con lui nella sala del pianoforte. Davanti a lui il giovane Aldern dallo sguardo sconvolto e il volto rigato di lacrime stringeva follemente la sciarpa al suo collo.
Scesi nella fredda umidità dei sotterranei, troviamo una grande cucina, nella quale pavimento e mobilio sono completamente segnati da escrementi di ratto e graffi profondi, sangue e umori oleosi. Sentiamo il rumore di centinaia di piccoli corpi umidi scivolare tra le crepe del muro di fornte a noi. Il gruppo si dispone a cerchio attorno a due crepe grandi una spanna, ed è da li che centnaia di corpi orribilmente deformi di ratti rosa fuoriescono a flutti. Olokun argina l’ondata di creature, che si infilano ovunque nella sua armatura. Galstack mena fendenti larghi e profnodi per disperdere le creature, e anche Olokun decide di ricorrere al mazzafrusto, ancichè alla spada. Un incantesimo di Tesla illumina per un istante i corpi dell’ondata rosa sanguinante, ma i ratti appaiono immuni ai suoi effetti. In qualche secondo, fortunatamente, si disperdono. Il gruppo passa al setaccio la stanza. In una credenza trovano uno splendido servizio di argenteria ormai nerro di ossidazione, ma dal valore straordinario. Revan ordina a Galstack di sbatterlo in un sacco senza tante cerimonie. Dietro a una pietra semovibile dentro al grande camino, troviamo anche una piccola urna colma di pigne, e tre piccoli granati. Altro tesoro per i nostri forzieri.
Ci infiliamo un un lungo corridoio che secondo i nostri calcoli attraversa il maniero per tutta la sua lunghezza, fino a giungere vicino a quello che secondo noi è lo strapiombo sul quale è arroccata la struttura. In fondo al corridoio una pesante porta di ferro, nero e arrugginito un piu punti, ma pressochè indistruttibile. E’ chiusa. Galstack fa per metter mano al piccone, ma Tesla fa un passo avanti, spostando delicatamente lo shoanti di lato. Revan allunga all’ustalaviano un involto di velluto con attrezzi da scasso nuovi di zecca. Tesla fa un cenno di consenso, e tutti rimaniamo in silenzio mentre si dedica alla serratura. Con un clangore metallico, qualcosa dentro la porta si muove. La porta si apre senza problemi e Galstack si rimette in prima linea.
Dietro alla porta di ferro, c’è una grande stanza. Una delle pareti è ricolma di libri, anche questi vecchi, gonfi e danneggiati dall’umidità. Sulla parete opposta due vetrate colorate a mosaico rappresentano un vecchio ossuto che beve da una coppa ricolma di liquido verde. Revan lo riconosce come Vorel Foxglove, un nobile di inizio secolo. La stessa figura, ma cadaverica e ormai decomposta viene ripresa nelle altre due vetrate, questa volta con le mani rivolte verso l’alto e la testa reclinata all’indietro in atteggiamento trionfale, mentre la parte inferiore del corpo si tramuta in fumo nero e entra in una scatola a sette lati. La stanza è colma di elementi di vetro e ceramica. Beaker, burette, serpentine, ricolmi di muffe e vegetazione limacciosa, spessi plichi di fogli pinzati e catalogati si trovano su un grande bancone, anche se oramai è tutto in frantumi. Sul bancone ci sono anche tre gabbie da uccelli, ognuna delle quali ospita un ratto mutato morto. Tesla avanza verso il banco, diretto ad una pila di libri che si trova all’altra estermità della superificie, ma appena sfiora i tomi i suoi occhi si rovesciano all’indietro. Barcolla, poi si guarda attorno spaventato e colmo di ira. Galstack urla subito qualcosa, e si dirige verso le vetrate per infrangerle a colpi di spada. Ci dice che aveva visto gli occhi della figura rappresentata sulla vetrata muoversi. Tesla si riprende subito dopo dal suo stupore, disorientato. Nella stanza adesso entra il gelo e la pioggia dell’esterno, ma è rassicurante sentire che c’è ancora un mondo là fuori. Guardo oltre la balaustra. La stanza si trova sospesa sul vuoto, a strapiombo cento metri sopra la scogliera, in basso il mare è nero e schiumoso. Un bel volo, senza dubbio. Tesla ci racconta della sua visione, una serie di eventi animati scolpiti nel vetro colorato, come se le vetrate a mosaico fossero vive. Un uomo ossessionato da una folle ricerca. Lunghe notti passate sopra a tomi di antichi luminari dell’arte della necromanzia, la raccolta degli elementi per la venefica pozione, la costruzione di una scatola a sette punte, il momento in cui la pozione viene bevuta, e il dolore atroce che piega in due il folle mago… subito dopo un’ondata di sorpresa e vergogna, che un caro amato potesse essere coinvolto in un progetto così atroce. Poi furia, rabbia che brucia nella bocca dello stomaco. Tutti attorno a Tesla, avevano le fattezze del mago. Facendo appello alla forza di volontà, è però riuscito a riprendere il controllo del suo corpo, e a placare la furia che creceva dentro di lui. Tutti noi sappiamo bene di che rituale si tratta, ma Tesla conferma i nostri timori, sfogliando i libri ricolmi di appunti che aveva sfiorato poco prima. Vorel Foxglove si stava preparando per divenire un lich.
Ad una esplorazione piu approfondita, un’altra cosa cattura la nostra attenzione. Le gabbie di ferro che contengono i ratti sono contrassegnate da un marchio ben preciso, un maiale con in bocca un anello di chiavi che osserva una serratura, e un nome: “Gli Aggeggi di Pug — Magnimar”